Paolo Lanciani X VanityFair
March 23, 2020 0

(Italiano) Il lavoro precario rende meno stabili emotivamente?

Sorry, this entry is only available in Italian. For the sake of viewer convenience, the content is shown below in the alternative language. You may click the link to switch the active language.

L’insicurezza lavorativa può cambiare la personalità in peggio: lo dice una ricerca australiana. Come uscirne? Lo abbiamo chiesto a Paolo Lanciani, psicologo del lavoro

Tratto da Vanityfair.it di Marco Trabucchi (12-03-2020)

L’insicurezza lavorativa può cambiare la personalità in peggio. Lo rileva una ricerca australiana pubblicata sul Journal of Applied Psychology, che ha analizzato un campione di un migliaio di lavoratori in un periodo di nove anni. «Se si è esposti alla precarietà o a un lavoro saltuario per più di quattro anni si diventa meno stabili emozionalmente, meno ben disposti e anche meno coscienziosi» dice la ricerca della School of Management della RMIT University.

Il lavoro logora chi non ce l’ha. Sì perché non si parla di un bel lavoro, che appaga ego e portafoglio, ma di lavoro precario, di persone che passano da un lavoretto a un altro districandosi tra periodi di disoccupazione. Una condizione che, a breve e lungo termine, mina l’autostima. «Coloro che sono esposti in maniera cronica all’insicurezza lavorativa hanno maggiori probabilità di ridurre gli sforzi ed evitare di costruire relazioni di lavoro forti e positive, cosa che può compromettere la produttività nel lungo periodo», spiega Lena Wang, co-autrice dello studio.

Una terra di mezzo di frustrazione e precarietà che spesso accomuna liberi professionistipartite iva e precari, che passano di contratto in contratto, districandosi tra lavori a termine e poche certezze per il futuro. Ne abbiamo parlato con Paolo Lanciani, psicologo del lavoro, che in prima battuta ci tiene a fare un distinguo.

«Un conto è il libero professionista che per scelta ha deciso di intraprendere un percorso che per sua natura è incerto. Un altro discorso è quello di aver scelto una professione, ma non la condizione di libera professione, perché non ha trovato un impiego da dipendente o lo ha perso. Ancora, persone che, senza avere una vocazione professionale specifica, passano da un lavoretto all’altro per diversi motivi; perché magari hanno seguito una passione sportiva e artistica e che, sfumato il sogno, cercano un lavoro come fonte di mantenimento. E quest’ultima è sicuramente la categoria che soffre maggiormente».

Fatta la distinzione, la variabile che porta a essere soddisfatti in condizioni di precarietà è una sola: lavorare per sé stessi implica una doppia dose di fiducia e di impegno, come conferma Lanciani:

«Una persona per esprimere il suo potenziale deve avere le competenze e le opportunità di farlo. Un libero professionista che sceglie di esserlo necessita di curare le sue competenze e fare business development acquisendo clienti. In questo modo entra in un circolo virtuoso che porta, nella maggior parte dei casi, ad una stabilità economica ed emotiva. Se questo circolo virtuoso, che ha bisogno di tempo per funzionare, si interrompe, subentrano insicurezza e ansia che condizionano in negativo la prestazione. E questo vale soprattutto per le persone che non scelgono la libera professione. All’inizio molti liberi professionisti schifano l’idea di acquisire lavori facendo marketing di sé stessi, perché lo ritengono svilente. In realtà, prima lo capiscono meglio è, l’aspetto di personal branding e business development è primario e non deve essere trascurato».

Per la terza categoria, quella dei lavoratori precari alle prese con lavori sempre diversi, il problema che si reitera, di lavoro in lavoro, è la scarsa propensione all’apprendimento.

«Spesso le persone che fanno lavori saltuari non hanno interesse ad acquisire le competenze perché non sono motivati»

continua Lanciani.

«Alle persone che si trovano in queste condizioni un consiglio valido è quello di raggiungere un compromesso, puntando magari ad una professione che sia un minimo in linea con gli interessi personali».

Del tipo: volevate diventare un musicista? Cercate lavoro come liutaio o come commesso in un negozio di strumenti musicali.

Per i liberi professionisti che invece tardano ad ingranare il dott. Lanciani consiglia di fare leva sul proprio talento.

«Bisogna usare quello che viene meglio per mettersi sul mercato e, almeno all’inizio, farlo senza speranze di poterci guadagnare, magari segnalando il proprio lavoro ad eventuali clienti come dimostrazione della propria abilità. E poi bisogna essere molto chiari su chi si è. Più si è netti nel rappresentarsi, più si può piacere. E meglio inseguire il tuo cliente ideale, che cercare un lavoro qualsiasi».

Libero professionista avvisato…

Ecco alcuni consigli per rafforzare il proprio brand personale e acquisire clienti:

1. Ciò che fai (e ciò che non fai) è visibile a tutti

Devi incontrare qualcuno per la prima volta? Probabilmente sa già qualcosa di te perché ha “googlato” il tuo nome e cognome. Fallo anche tu e osserva quali risultati escono: sono quelli che, spesso a tua insaputa, contribuiscono a creare la tua immagine online nella mente di chi non ti conosce. Per cui: usa i social con consapevolezza e ricorda che ‘non esserci’ è lecito, ma potrebbe tagliarti fuori anche da occasioni lavorative.

2. Non puoi essere ovunque

D’altronde, la giornata ha un numero finito di ore e ci devono stare dentro molte cose. Sperimenta pure tutte le piattaforme social che preferisci, ma poi decidi quali usare con costanza e in che modo. E ricorda di chiudere tutti gli account, i blog, le pagine che non usi da tempo o che non ti rappresentano più: anche se non le aggiorni, continuano a essere visibili e danno un’impressione di scarsa cura e attenzione alla tua reputazione online.

3. Online e offline è lo stesso

Non esiste più una linea netta tra ciò che fai e dici nella cosiddetta “vita reale” e ciò che fai e dici online. Sono pezzi dello stesso puzzle che compongono la tua personalità. Il segreto è essere coerente in ogni spazio pubblico e sottolineare le tue competenze, di cosa ti occupi, cosa fai, per aiutare chi legge a inquadrare la tua esperienza e capacità.

4. Non condividere tutto con tutti

Se pensi che qualcosa potrà metterti in imbarazzo, prima o poi lo farà. Usare i social non vuol dire condividere tutto con tutti, anzi. Su alcune piattaforme (Facebook) puoi decidere con chi condividere ogni contenuto. Su altre (Twitter) i livelli di privacy non esistono, tutto è visibile a tutti e quindi rifletti bene prima di scrivere.  Su altre ancora (Instagram) meno è meglio: pubblica solo le foto particolarmente belle o significative, possibilmente legate da un filo conduttore e sempre pensando alla coerenza dell’immagine che vuoi dare di te.

5. Non mentire

Costruire una reputazione e un’autorevolezza online significa anche mettere in mostra le tue competenze, certo; però, sempre con sincerità, perché online è facile essere scoperti. Secondo dati Adecco, un terzo dei Cv viene scartato dai selezionatori perché ciò che c’è scritto non trova conferme su quello che si trova online sul candidato (banalmente: dichiarare di essere esperti di comunicazione digitale e poi non avere un sito, avere un blog fermo all’anno prima o magari nessun account social curato e aggiornato…).

6. Le fonti contano

Se sei un professionista dell’informazione o della creazione di contenuti, avere fonti online credibili e certe è fondamentale. Il rischio di condividere una notizia falsa oggi è altissimo e, anche se fatto in buona fede, demolisce la tua, di autorevolezza. Internet è un ambiente e tenerlo pulito spetta a tutti. Per cui, visto che chi ti legge in qualche modo si fida di te, seleziona fonti fidate, leggi tutto prima di condividere e diffida sempre quando una notizia è troppo “bella” per essere vera.  In una parola: esci dalla “bolla”, non informarti solo online e non sempre dalle stesse fonti.

7. Metti i social nel Cv

Sai usare professionalmente le piattaforme social? Sfruttale. Secondo dati della Commissione europea, nel 2020 ben 900 mila posti di lavoro rimarranno scoperti in Europa perché mancheranno le competenze digitali per svolgerli. Se le hai o te le stai costruendo, mettile in evidenza non solo con l’uso quotidiano ma inserendole nel Cv e nel profilo LinkedIN.

Grazie al nostro yoroomer Paolo per questo interessante spunto!

www.dlm-parners.eu

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site is protected by reCAPTCHA and the Google Privacy Policy and Terms of Service apply.

Copyrights © FirstFloor srl - P.IVA 09307480963 - Privacy Policy
X