Gregorio Di Leo - Wired
marzo 20, 2020 0

Se un virus ci insegna l’importanza delle relazioni umane

Il coronavirus ci ha costretto a una forma di isolamento che oggi, grazie alle nuove tecnologie, si limita agli spazi: senza sottrarci l’occasione di parlarci, per essere meno soli

Tratto da wired.it di Gregoro Di Leo (09-03-2020)

Si sta vicini per fare miracoli, non per ripetere il mondo, che già c’è, che già siamo”  ha scritto il poeta Franco Arminio. E sono i momenti difficili e imprevedibili quelli in cui siamo chiamati a tirare fuori il meglio di noi. Le ultime due settimane hanno stravolto tutte le nostre abitudini, e le prossime lo faranno ancora di più. Allora possiamo decidere se farci guidare dal panico, se perdere completamente il controllo, oppure se guardare a noi stessi e a quello che ci sta intorno e tenere a mente le cose, quelle importanti, che ci permetteranno di compiere azioni quotidiane straordinarie, di non ripetere quello che è già stato e continuare a imparare nonostante tutto. Perché, anche se adesso non lo pensiamo, passerà, e prima o poi saremmo costretti a guardarci indietro e vedere che cosa abbiamo tirato fuori quando credevamo di non avere scelta.

Cosa stiamo imparando su noi stessi, sulla nostra maniera di lavorare che potrebbe esserci utile già nei prossimi giorni e per il futuro? Nelle ultime due settimane abbiamo imparato che il lavoro è importante, molto di più di ciò che avremmo mai immaginato. Non solo perché ci aiuta a spostare l’attenzione su progetti concreti e riduce l’ansia, ma per il fatto che ci fa sentire parte di una comunità, di un gruppo, di un insieme di persone. L’abbiamo visto subito dopo l’inizio dello smart working. Molti – trascorso qualche giorno di euforia – sono voluti tornare in ufficio. E va bene, probabilmente non avrebbero dovuto farlo (dato come sono andate le cose), ma sono tornati perché cercavano il contatto umano che questa maledetta malattia ci sta, un giorno dopo l’altro, togliendo.

Teniamo a mente che qualsiasi cosa succederà nelle prossime settimane, dobbiamo continuare a lavorare insieme, a usare il lavoro per tenere la nostra mente impegnata e per sentirci vicini, non solo per produrre, ma per costruire un senso di vicinanza collettiva. Quel sentimento di vicinanza ci salverà, ci renderà le attese più leggere e piacevoli, ci donerà la voglia di ricominciare e svegliarci la mattina con più energia. Ne avremo bisogno.

Non dobbiamo farlo per forza trovandoci tutti nella stessa stanza. Ci sono dei fantastici strumenti digitali, ed è arrivato il momento di cominciare a usarli. Abbiamo temporeggiato troppo. Tutto questo ci sta già insegnando che se li usiamo bene possono ridurre le possibilità di contagiarci, ridurre le emissioni, ma anche permetterci di lavorare in qualsiasi luogo. Il mondo non è l’ufficio in cui siamo abituati ad andare ogni mattina. È molto più grande e bello, eppure, sembra banale, ma questa idea di dovere andare alla nostra postazione facciamo fatica ad abbandonarla. Il virus ci allenerà ad aprire la mente, a cambiare percorso, a fare le cose vecchie in maniera nuova. In tutta questa situazione dobbiamo trovare uno spazio per essergli grati. Forse esagero, ma forse no.

Le grandi trasformazioni arrivano sempre nei modi più inaspettati. Il virus cambierà le nostre abitudini, scegliamo noi con cura quali.

Non sto dicendo che andare in ufficio non serve, e non servirà, ma che è arrivato il momento di accettare che le persone non lavorano meglio quando sono costrette in uno spazio. Ma anzi, quando scelgono liberamente quando e dove lavorare.

Troviamoci per lavorare nei momenti in cui è davvero importante, oppure per creare relazioni con i nostri colleghi. Tutto questo ci offre l’occasione di riprogettare il come, il dove, il quando, e il perché del lavoro.Usiamo il tempo che abbiamo davanti per elaborare delle modalità nuove e davvero smart per farlo. E poi c’è un’altra cosa che stiamo imparando, e che spero che ci poteremo dietro. Ed è il fatto che il sistema gira grazie a quelle professioni che si dedicano agli altri, che sono disposte a mettere a rischio la loro incolumità e contribuire al nostro benessere (parlo dei medici, degli infermieri, e di tutte le professioni di aiuto che in questi giorni sono messe a dura prova). In una società ci reggiamo gli uni sugli altri, e mai come adesso ce ne dobbiamo rendere conto. Chi lavora in azienda sa bene che il lavoro molte volete si basa sulla competizione. Anche qui il virus ci insegna una cosa importantissima: una comunità di persone si regge sul dono. Nelle aziende non ci facciamo più caso, ma la maggior parte del tempo il palco è occupato da coloro che vogliono mettersi in mostra e prendersi i meriti del lavoro che fanno gli altri. Forse è arrivato il momento di fare una riflessione seria su chi vogliamo premiare nella nostra società.

Siamo qui per fare miracoli, e non per replicare quello che già c’è, che già siamo. Adesso è arrivato il momento di ricordarcelo, di tirare fuori il meglio, di cominciare a lavorare con serietà per costruire il mondo in cui vivremo. Tutto questo c’era già prima del coronavirus, oggi semplicemente non possiamo più guardare altrove.

Gregorio di Leo è imprenditore e psicologo sociale e delle organizzazioni, coach formato al CTI di Londra (Coaching Training Institute) e Founding Partner di Wyde – Connective School. (www.wyde.it).
Docente presso la Business School cinese Tsinghua University e presso la Links Community in Danimarca, è stato 4 volte campione del mondo di Kick Boxing

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